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sábado, 4 de abril de 2026

La muerte contenta

Por Daniel Link para Perfil

¿Qué son las humanidades? ¿Y tú me lo preguntas?

Blanchot comenta en “La muerte contenta”, uno de los texto incluidos en De Kafka a Kafka, un fragmento de sus Diarios. Dice: “Todo ese pasaje se podría resumir: sólo se puede escribir si se permanece dueño de sí mismo ante la muerte, si con ella se han establecido relaciones de soberanía”. No se escribe para tratar de sobrevivir a la muerte, dice Blanchot, sino todo lo contrario. Por eso, para Kafka “escribir es ponerse fuera de la vida”. Cuando algo realmente pasa (como la muerte), Kafka pierde interés; ya había estado en ese lugar.

(No pongas esa cara de estreñido, es decir de libertario iletrado, que todavía no llegamos al punto)

Hace unos días, mi nieta Juana se aprestaba a una visita a mi casa y un niño de seis años que la acompañaba preguntó: “¿Va a estar la bisabuela de Juani?”. Le contestaron que sí, que mi mamá iba a estar. “A mi lo que me llama la atención es todos los años que tiene”, agregó el niño (Mi mamá va a cumplir 91 años en mayo). Juana dijo: “Si, ojalá que llegue hasta los 100”. Pero el niño objetó: “Bueno, más o menos, porque si vive tanto capaz le duele todo. Y si le duele todo es mejor que se vaya al cielo”. Mi nieta se sintió obligada a desplegar sabiduría topográfica y dijo: “Sí, o abajo de la tierra. Si se muere contenta se va al cielo, y si no abajo de la tierra”. El niño aceptó la enseñanza: “uy, espero morirme contento, voy a tratar”, “Sí, yo también” aclaró Juana. Y el niño cerró la conversación diciendo: “espero morirme en una cena o algo así, algo divertido”.

Como se ve, haber leído a Blanchot sirve para entender las conversaciones infantiles. Mi nieta Juana es Blanchot, piensa como él. El niño es más materialista, piensa en las condiciones materiales de existencia (como quien dijera: “panza llena, corazón contento”). Pero los dos coinciden en el momento en que enfrentan la idea de la muerte, que lejos de atemorizarlos, les plantea formas de vivir: soberanía sobre si, hambre cero.

Para llegar a morir contento, los dos lo saben, hay que llevar vidas adecuadas al cielo y, por supuesto, leer los libros que alimentan nuestra dicha.

domingo, 12 de octubre de 2025

Preguntan si

Daniel Link: “Hoy las humanidades son atacadas de una manera brutal”

por Mónica López Ocon para Tiempo argentino 

Luego de 40 años de ejercer la docencia en la carrera de Letras de la Universidad de Buenos Aires, Daniel Link coordina una licenciatura y un profesorado en Letras en la Universidad Nacional de Tres de Febrero capaces de dar respuesta a los temas actuales.

 

 

martes, 22 de abril de 2025

De Borges, T.S. Eliot, Proust y Celan

 por Diego Bentivegna para Perfil

Jorge Mario Bergoglio, se sabe, fue profesor de Literatura durante un cierto período de su vida (“entre 1964 y 1964, con 28 años), cuando ejerció la docencia en el colegio jesuita de Santa Fe, uno de los más antiguos y prestigiosos del país. De hecho, hay una foto que retrata al futuro pontífice en los años 70, en el Seminario de San Miguel. Bergoglio había invitado al autor de El Aleph a charlar directamente con sus alumnos, futuros sacerdotes.

Hace menos de un año, ya en su rol de jefe máximo del catolicismo, Francisco dio a conocer una carta apostólica sobre “el papel de la literatura en la formación” que, tal vez, es uno de los últimos grandes acontecimientos en los debates por la enseñanza no solo de la literatura sino, en general, de las humanidades, como se sabe, hoy fuertemente cuestionadas por los poderes de turno.

(sigue acá)

jueves, 27 de marzo de 2025

Tutte le strade portano a Puan

por Daniel Link*


Sono grato a EXIT Media Distribuzione per l'invito a partecipare al lancio di Puan a Roma. Devo giustificare la mia presenza su questo palco? Penso di sì.

Sto tenendo un corso all'Università di Roma Tre. Insieme ai dottorandi che mi accompagnano in questo corso, abbiamo deciso di cimentarci nell'utopia linguistica di capirci non in una lingua comune, ma parlando ciascuno la propria lingua. Finora ha funzionato bene, ma Federico ha pensato che sarebbe stato meglio passare alla lingua italiana. Ho accettato con piacere la proposta perché sto leggendo questo testo in italiano (uscito da un programma di intelligenza artificiale) con un accento terribile. È quello che a Buenos Aires chiamano “cocoliche”.
Mi scuso per aver rovinato l'italiano in questo modo, ma mi permette di fare l'esperienza delle "lingue a contatto", che, credo, dovrebbe essere l'orizzonte di tutti: tutte le lingue sono gerghi e tutti i popoli sono bande.

Vengo da Buenos Aires (anche se non ci sono nato) e dall'Università di Buenos Aires (dove però non mi sono formato). Ho insegnato alla Facoltà di Filosofia e Lettere per molti anni, trentaquattro dei quali come titolare della cattedra di Letteratura del Novecento (una materia di filologia comparata).

Il libro che racconta la mia formazione alla lettura è stato pubblicato da Gallimard a Parigi nel 2022 e quest'anno la casa editrice napoletana Cronopio pubblicherà la mia ultima lezione tenuta in quella cattedra. Posso dire che, per il mondo, Puan sono io.

La Facoltà di Filosofia e Lettere, negli anni, ha cambiato varie sedi. Negli anni Sessanta, si trovava nel microcentro di Buenos Aires, in via Viamonte, uno dei centri dell’avanguardia artistica argentina, dove artisti, scrittori e poeti erano soliti incontrarsi. In seguito, si trasferì in via Independencia, vicino a una stazione ferroviaria, nel quartiere di Once. Poi, durante la ripresa democratica, si spostò in via Marcelo T. de Alvear e, infine, si trasferì nell'edificio attuale, una ex fabbrica di tabacco ristrutturata, che si trova, precisamente, in via Puan.

Forse a causa di questa tendenza alla migrazione costante, la facoltà è sempre stata identificata con la strada in cui si trovava: Viamonte, Independencia, Marcelo T. e, ora, Puan. Sono quindi un “puaner”, se non per nascita, per scelta.

La sede è orribile (l'hanno vista nel film). Era stata progettata per una popolazione studentesca molto più piccola, ma poi hanno iniziato ad aggiungere aule ovunque, con il risultato di un labirinto impraticabile che molti non conoscono nemmeno. Una volta, in uno degli ascensori (che non funzionano quasi mai) ho incontrato una famiglia (madre, figlia e figlio) che tornava dalla spesa e saliva al quinto piano (l'ultimo). Si sospetta (la voce gira da tempo) che abitino in qualche angolo tra l'Istituto di Studi Orientali e il Centro di Studi di Genere. Ma non lo sapremo mai con certezza.

I corsi che vi si insegnano sono ovvi: Lettere (moderne e classiche), che è stata la mia materia di insegnamento, e Filosofia, in primis (perché è nel nome dell'istituzione) ma anche Storia, Scienze dell'educazione, insomma: le discipline umanistiche che, come racconta bene il film Puan, stanno vivendo in Argentina, ma ovunque nel mondo, un momento critico.

Fino dal ritorno della democrazia, nel ottantatré, la filosofia analitica di origine anglosassone fu quella dominante negli studi filosofici. In seguito, le derive epistemologiche e politiche hanno reso la filosofia europea continentale il paradigma egemonico. Questa situazione perdura tuttora, anche se iniziano a manifestarsi alcune crepe decoloniali.

I nomi "filosofia" e "filosofo" sono interamente europei. Quando si parla di America, si dice “il pensatore colombiano” o “il intellettuale argentino”. Non so se si tratti di una riserva europea o se sia dovuta alla nostra ripugnanza a giocare con i giocattoli dei ricchi. Se qualcuno si presentasse come “filosofo argentino”, sarebbe immediatamente sospettato di impostura. La "teoria", invece, è più democratica. Posso dire di essere un "teorico" della letteratura, il mio ambito di lavoro è la "teoria" e lo dico con una certa legittimità.
Ho rimandato la visione del film
Puan perché, essendo cresciuto e invecchiato in quell'istituto, non mi sembrava il caso di vedere riprodotte sullo schermo le miserie che conosco così bene.

Ma quando il film è apparso sul catalogo di Amazon Prime Video, non ho più resistito e ho deciso di vederlo. Non è un film che entrerà nelle liste dei “migliori film di sempre”, ma non è neanche un brutto film e ha anche un lato molto toccante per me: vuole “discutere di idee”, cosa a cui il cinema sembra aver rinunciato.

Molto presto mi sono reso conto che le idee che Puan si proponeva di discutere erano esattamente le stesse che avevo proposto nel mio ultimo corso a Puan, l'anno scorso! Sono così entrato in uno strano stato di panico e di estasi, allo stesso tempo.

La trama ruota intorno a una cattedra vacante a causa di un decesso (mi hanno detto che questo episodio deriva da un fatto reale) e vede due aspiranti professori ordinari contendersi la cattedra: il primo segue alla lettera la teoria (hobbesiana) dello Stato dell'uomo con cui ha lavorato per circa trent'anni; il secondo, nuovo arrivato (un vero e proprio stronzo, come vedrete alla fine del film) abbraccia invece la causa spinoziana piuttosto che quella hobbesiana.

Questa contrapposizione tra Hobbes e Spinoza è il presupposto del libro di Paolo Virno Grammatica della moltitudine; libro su cui ho discusso a lungo nel corso dell’anno scorso, così come negli anni precedenti.

Il punto di vista di Virno è che Hobbes postula un'idea di “popolo” solidale con lo Stato, senza il quale lo Stato non può “pascere”. Spinoza avrebbe piuttosto optato per la “moltitudine”, una nozione destituente che, all'epoca, perse il dibattito e fu ripresa solo alla fine del XX secolo da Toni Negri e altri pensatore italiani.

Forse, senza saperlo, stavo pensando insieme a María Alché e Benjamín Naishtat, che hanno scritto e diretto il film, ad una via d'uscita dalle impasse della storia. Appena ho finito il film, mi sono detto: "Ciao, Puan. Ti saluto".

Voglio commentare solo due momenti del film. Il primo è molto affascinante: il protagonista si reca a fare omaggio al defunto collega, ordinario di Filosofia Politica, e incontra una persona che, per la morfologia del corpo, scambia per una cameriera sconosciuta, ma che in realtà è una professoressa boliviana in Filosofia che gli fa un invito accademico che lui esiterà ad accettare. Per rendere più comprensibile l'equivoco, è come se qualcuno incontrasse Gayatri Spivak e la scambiasse per un'impiegata di un "Bangla". È precisamente su un equivoco come questo che si basa la profonda ironia del film rispetto alla "filosofia" coltivata nella facoltà.

Il secondo momento che voglio commentare è il finale, che ho odiato appena l'ho visto perché mi è sembrato una sorta di Deus ex machina: nulla di quanto previsto nella trama lo faceva presupporre. Poi, me ne sono innamorato per la sua forza anticipatrice: l'università chiusa e in default.

Non è che il film abbia poteri di “chiaroveggenza”, ma ha colto qualcosa che era già nell'aria e che anche il governo ultra-liberista che attualmente governa il Paese aveva previsto: l'istruzione umanistica è in crisi. Questo è dovuto in parte alla radicale trasformazione dell'orizzonte culturale (ormai totalmente digitalizzato) e in parte all'odio per le prospettive critiche coltivate nei centri di dissidenza che sono le facoltà umanistiche di tutto il mondo.

Harvard è un'istituzione odiosa, ma si sa che è ormai sul punto di scomparire proprio a causa dell'assalto della destra reazionaria che governa gli Stati Uniti. Il mio rapporto con Roma Tre è stato turbolento a causa della recente riforma della legge finanziaria che ha comportato un taglio del venti per cento del suo bilancio.

Cosa fare, da dove cominciare? Queste due famose domande ci tornano in mente in questo momento di crisi. Spero che abbiate delle risposte.

*Agradecimiento especial a Daniele Balicco y Camilla Cattarulla

sábado, 30 de noviembre de 2024

Arte inerte

por Daniel Link para Perfil

Está terminando la Bienal de Venecia, tal vez la peor de la que se tenga memoria. Por supuesto, los debates sobre sus contenidos fueron puramente ideológicos: mentar la extranjería, como hizo el comisario general Adriano Pedrosa al elegir el lema de esta Bienal, ¿es una política inclusiva o excluyente?

El asunto puede ser interesante pero palidece ante una fatal evidencia: la mediocridad apabullante de la selección oficial en Arsenale, una de las dos sedes de la Bienal, que incluso llegaba a opacar algunos de los extraordinarios envíos que podían admirarse en los Giardini.

Los enemigos de la politización del arte aplaudirán mis palabras pero les advierto que es poco lo que podrán aprovechar de ellas. La Bienal pasada (The Milk of Dream, curada por Cecilia Alemani), igualmente tensionada en relación con políticas de la visibilidad y la equidad, mostró una selección soberbia de piezas de arte: abrían ante nuestros ojos mundos que estaba ahí pero no habíamos sabido ver o que se nos habían escamoteado. L'art pour l'art es una consigna política que el Siglo XX demostró insostenible al poner en contacto indiscernible el arte con la vida.

No es, por lo tanto, lo político del arte a lo que hay que achacar el estrepitoso fracaso de esta bienal 2024, sino al haber provocado que en el pasaje de una categoría (“arte”) a otras categorías (“Sur Global”, “indígenas” , “personas queer”) la experiencia de lo viviente quedara asfixiada en un puñado de etiquetas sin sentido.

Lo que se vio en Venecia este año fue un “arte inerte” e impolítico: no sólo fuera de la política sino, sobre todo, incapaz de suscitar la menor emoción.

Sirva como ejemplo el de una señora argentina (es difícil decir su nombre, que oscila entre la líquida lateral y la vibrante múltiple, según quién lo pronuncie) con una obra que constaba de acuarelas y papeles escritos y dibujados al mismo tiempo con pereza imaginativa y con obediencia al mandato recibido. La “obra”, en su trivialidad, fue ¡premiada! No tanto por su calidad sino por el carácter “queer” o “trans” de la persona que la produjo.

Dentro de poco estarán premiando “la intención del artista” o su grupo familiar, lo que sería la mayor traición a las batallas estéticas del Siglo XX.


sábado, 7 de octubre de 2023

Concilios europeos

Por Daniel Link para Perfil

Nada recuerda a la Edad Media tanto como los congresos académicos: los diferentes capítulos de las órdenes se reúnen para tratar los temas de la agenda teórico-política, mientras en las reuniones informales (cenas, pasillos) se discuten los temas de la vida cotidiana. En Roma, una joven doctorando se anuncia a si misma como trabajadora “precarizada”. En Lipsia (también conocida como Leipzig) se levantan las voces de indignación: “mis padres podían aspirar a comprarse una casa; mi generación ya no”, dice una joven española que trabaja en Londres. Una alemana que está a punto de mudarse a Canadá cuenta que ella tiene dos trabajos porque no consigue un puesto que le alcance para sobrevivir. Mientras esté en Canadá deberá dar clases remotas en Alemania (a las 5 de la mañana, por la diferencia horaria). En Valencia, una ola de jubilaciones permitió que jóvenes desocupados se presentaran a concurso. En algunos casos, hubo personas que estuvieron dos años encerradas, viviendo de sus familias, para poder llegar con los antecedentes necesarios. Uno de los brillantes concursantes quedó último en el orden de mérito, lo que le impedirá aspirar a un cargo docente.

Todo suena tan familiar para quienes venimos del otro lado del Atlántico, que verificamos la latinoamericanización de los ambientes académicos europeos. “A mediados del siglo pasado los docentes universitarios integraban el decil de los profesionales con mejor paga y valoración social”, recuerda una persona mayor. Los jóvenes doctores de todas las órdenes miran y asienten con melancolía.

El Estado de Bienestar (que tiene rango constitucional en Europa) se construyó lentamente a lo largo de los siglos. Ahora parece que el lapso de un par de generaciones ha alcanzado para llevarlo a su límite. Por supuesto, todo debería relativizarse un poco, pero la opulencia de los sectores más privilegiados de la clase media parece ser ya una cosa del pasado.

Cada quien volverá a su claustro, más o menos alejado de la mano del Dios que transforma el agua en vino, con la conciencia de que estamos todas en un mismo barco y que convendría buscar alguna salida global a la triste desarticulación de las humanidades públicas y su inmerecido desprestigio.

viernes, 4 de agosto de 2023